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dove il guardare diventa sguardo. (estemporanea cinematografica)
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Syriana è un film che turba, è meglio dirlo subito, nel profondo.
Esci dal cinema e non riesci mica a distrarti da quello che hai appena visto: certo la storia è confusa e talvolta si fa fatica a seguirla, questo film è come tanti tasselli di un puzzle sparsi su un tavolo, puzzle di cui non hai il disegno di riferimento e quindi la soluzione procede per tentativi ed errori, e finito il film dalla nebbia – anzi dal fumo nero – sembra uscire fuori qualcosa, se non una “soluzione” una sorta di consapevolezza, una consapevolezza molto amara.
E così anche un gesto in fin dei conti semplice (?) come andare dal benzinaio a fare il pieno di quella cosa – la benzina – che sembra essere il nostro unico e necessario mezzo di sostentamento, nel nostro ricco e rapace occidente, si tinge di oscurità, inquietudine, perché dopo aver visto questo film non puoi non pensare a cosa ci può essere dietro: come c’è arrivato il petrolio, qui? Chi ce l’ha portato? Chi lo ha deciso? Quanto ci è costato? Quanto è costato a chi ce l’ha venduto?
Certo, non c’era mica bisogno di questo film per rendersi conto che c’è del marcio in Medio Oriente (ma forse più in Occidente), dirà il lettore più accorto. Ma non tutti sono accorti.
Non tutti si rendono conto di quanta speculazione, e sangue, ci sia dentro la nera viscosità del petrolio. Film come questi sono quindi da apprezzare, perché ci sbattono in faccia il problema, con violenza, e tristezza, eppure dopo cosa resta?
Un stupido oscar per attore non protagonista al massimo, e un persistente senso di sconfitta ben esplicitato dal solito disclaimer para-avvocati posto a fine film: sebbene questo film si ispiri a una storia vera, tutte le situazioni e i personaggi rappresentati sono frutto di fantasia… e bla bla bla.
I pescecani si rimettono al lavoro, tutto riprende a marcire.
La storia raccontata dal film in fine si rivela semplice: dei petrolieri americani preoccupati dal colosso cinese che avanza hanno trovato un nuovo staterello arabo da sfruttare e devono vedere come mettersi d’accordo con l’emiro a capo dello staterello in questione, senza dargli a intendere che lui – il suo paese – in realtà ci ricaverà poco o nulla dalla transazione, certo gli saranno dati milioni, miliardi, di dollari, soldi buoni a calmare le armi per un po’, ma poi, quando il petrolio sarà finito?
Quando il petrolio sarà finito lo staterello arabo ritornerà a essere lo staterello di sempre, senza più niente da vendere però: il popolo, semmai vogliamo augurarci che ci abbia guadagnato qualcosa (scuole? infrastrutture? lavoro?), si ritroverà più povero di prima, il paese – depredato delle proprie risorse naturali – ancora più disastrato, l’emiro ormai inutile per le mire degli affaristi occidentali nel frattempo già passati alla prossima vacca da mungere.
È questo quello che dice uno spregiudicato ma coscienzioso consulente finanziario (la cui fulminea carriera si fonda sulla disgrazia personale) al nuovo possibile emiro dello staterello in questione: sfruttate questi grossi guadagni per il vostro popolo, dategli un futuro. Sembra esserci bontà sincera nelle sue parole.
Sembra esserci bontà anche nelle mire del nuovo possibile emiro, un emiro che si augura un futuro migliore per il suo popolo, una democrazia, la possibilità di uscire dalla miseria; un emiro pazzo, un visionario che non può certo andare bene all’Occidente: se un popolo si affranca dalla miseria e dall’ignoranza è certo che la sua preoccupazione maggiore diventerà quella di come far fruttare meglio le proprie ricchezze piuttosto che essere derubato.
Questo lo sanno bene i capi degli stati occidentali ed è chiaro che devono pur premunirsi contro tali assurdità: una vacca grassa che vuole fuggire dal pescecane? Inconcepibile, meglio tenersi una vacca grassa che acconsente a essere munta nell’illusione di guadagnarci.